Maria Grazia Barile, regina indiscussa delle telecronache al femminile, non ha certo bisogno di presentazioni. Giornalista di squisito equilibrio, ha attraversato ed attraversa con simpatia e competenza, tutto il panorama del calcio locale genovese.

Ma non solo calcio: infatti Maria Grazia Barile è sempre attenta a quanto si muove intorno a  lei. Ma quando abbandona la telecamera o il microfono, si appassiona di cucina: sia che  debba cucinare ma anche degustare piatti della tradizione e non solo.

Anche a lei, per la rubrica “Tavole e favole“, abbiamo chiesto un  “ricordo” legato al cibo. Ne è sortito questo appassionato quadro , a testimonianza che “Chi di calcio sa, non solo di calcio sa”.

 

 

di Maria Grazia Barile

 




Ricordi di cibo. L’ argomento che mi proponi, caro Benve, mi fa pensare immediatamente e per prima cosa a mia madre. Una cuoca straordinaria di cose buone, le più buone che abbia mai mangiato. Cucina genovese e non solo: pesto straordinario, e vai di gnocchi, di trenette, di “signorine” (le reginette); tuccu de carne, e vai di lasagne al forno con besciamella straripante, la fontina a tocchetti, la salsiccia cotta nel sugo e tanto, tanto grana grattugiato. E mai dimenticare qualche noce di burro…
U tuccu sugo di carne alla genoveseNon era una cucina dietetica, quella di mamma. I ripieni meravigliosi, gli arrosti, le torte salate, le frittate, il minestrone. Indimenticabile, mio marito ne rimpiange sempre il gusto. Più di quello di sua madre. Si innamoravano tutti della cucina della mamma. I dolci no, non ne faceva, qualche crostata da bambini. Il suo latte dolce però era incantevole, e il castagnaccio il mio preferito. Cucinava con amore, era il suo ingrediente in più.
I miei ricordi di cibo profumano anche di caldarroste, specialità della nonna. Spuntavano dalla cassapanca, fasciate nella carta e sistemate nel panno di lana. Morbide, speciali. Lo erano meno quelle che mi comprava mio padre tornando a piedi dallo Stadio. Il rito della domenica, il cartoccio del dopo partita, castagne piccolette e anche un po’ bruciacchiate. Ma buone. Coi krapfen di Bogliasco arrivano i ricordi d’adolescenza: 10 per 500 lire e il sacchettino si svuotava in fretta. Paradisiaci, pieni di crema, i Krapfen di Romano hanno allevato generazioni. Mi vedo sulla piazza, il motorino sul cavalletto, salire la scala, le amiche, gli amici, il profumo. La via dei krapfen, del sabato pomeriggio o di qualche altro giorno dopo i compiti. Dolcezza infinita.

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