Mauro Salucci
Mauro Salucci è nato a Genova. Laureato in Filosofia, è sposato e padre di due figli. E’ cultore di storia, e collabora con diverse riviste e periodici . E’ inoltre apprezzato conferenziere. Ha partecipato a diverse trasmissioni televisive di carattere storico. Ha pubblicato “Taccuino su Genova” (2016) e “Madre di Dio”(2017).SALUCCI SUL WEB



Sono giunte le festività natalizie. Leggiamo con calma un immenso Giovanni Rebora.Per capire chi eravamo e chi siamo oggi.
“L’alloro è una pianta, lo sanno anche in Paradiso (se la televisione non mente), Le frasche di alloro, dette oufeuggio oppure lauro, ornavano l’ingresso delle taverne genovesi, le foglie profumavano gli arrosti. Dal medioevo fino alla metà dell’Ottocento la Liguria fu la più importante regione d’Italia esportatrice di agrumi e, per quanto riguarda Genova, la più nota per le varietà allevate nei vivai di Nervi, Santa Margherita e Rapallo. Quando Francesco Petrarca arrivò a Genova scrisse parole molto belle per la città e seppe, da par suo, comunicare impressioni efficaci sia descrivendo l’opera del molo sia ricordando il profumo delle zagare che “si sentivano arrivando dal mare”.
Gli aranci e i limoni ornavano tutti i giardini e i cortili di Genova. L’alloro ornava la testa del poeta. Nonostante le “necessarie modifiche” apportate all’assetto urbano, sempre giustificate con penose, ma purtroppo inoppugnabili, banali e capziose scuse economistiche e poi addirittura ideologiche come modernizzazione, industrializzazione e via distruggendo, l’uso degli allori e degli agrumi rimase nella memoria collettiva ed ebbe ragione dell’ignoranza e della demenza fino alla seconda Guerra Mondiale.
Dopo diventammo tutti esterofili, forse non a torto, visti i risultati delle esperienze nazionalistiche. Quando si avvicinava Natale, sia i miei nonni, sia mio padre, ornavano la cucina, che era grande, con frasche di alloro. le frasche ornavano le finestre e la lunga cappa che sovrastava i fornelli e il “ronfò”. Sul limitare inferiore della cappa, correva una mensola sulla quale venivano disposti sia rami di alloro sia, alternati, arance e mandarini con le loro foglie che ne attestavano la provenienza “nostrana”.
L’albero di Natale fu dapprima contrastato a favore dell’italianissimo presepe, ma poco dopo arrivò l’asse Roma – Berlino e allora l’abete entrò in tutte le case, allietate per le palline colorate e attonite per la presenza di una pianta estranea alla flora locale. La Befana ebbe anch’essa un momento oscuro, quando si tentò di sostituirla con Gesù Bambino, in ossequio ai patti lateranensi. Accadde però che gli Alleati vincessero la guerra e così Papà Natale ottenne il quasi monopolio della distribuzione del dono “superando” l’odiosa meritocrazia befanesca che prevedeva carbone per i cattivi, tanto ormai c’era il gas, poi il gasolio ed infine il metano. Pur non soffrendo di nostalgie, ho vive nei miei ricordi le cose che succedevano a Natale.



La marina non c’è più, il fornaio di via Mamiani che cuoceva i pandolci per le famiglie ed anche polpettoni, verdure ripiene, agnelli, oche e capretti è sparito da sempre. L’Ostin (Agostino) e il Beppin sono ricordi lontani come il cappone e i maccheroni in brodo, e come le voci dei vicini che cantavano la versione laica e gastronomica della “pastorella”, una sorta di menù di Natale in versi che scandivano anche il rigore della successione delle pietanze: “…o gesù mio, prima de fracassà ghe veu o boggio…” Si andava a vedere il presepio delle Grazie, quello cui venivano aggiunti pezzi da un anno all’altro, che esponeva le sue “casette” dagli interni ben visibili e che sarebbero importanti documenti per chi volesse informarsi sull’abitare dell’epoca. Anche in casa si faceva il presepio (le statuine si chiamavano “donnette”) e anche l’albero, ma la festa era segnata dal lauro e dagli agrumi. Mamme e nonne facevano il pandolce con l’uvetta, il cedro, le zucche secche e il profumo di zagara (guarda un pò), alla sera mettevano il crescente e coprivano i pandolci con la coperta di lana.
Tutti si preparavano alla grande abbuffata, si preparava il brodo per i maccheroni (usanza documentata fin dal Quattrocento) e si tirava fuori il vino “della bottiglia” che passava per buono; l’altro, quello da fiasco era pessimo, veniva anche in tavola il moscato, per accompagnare il pandolce. Durante l’anno il caffè si faceva nella caffettiera antica, quella col becco lungo dal quale si versava tentando di trattenere la “bratta” con un colino, ma in occasione della Natività si faceva il caffè nella napoletana ed era caffè vero, senza olandese nè surrogati.
Era appena tostato e macinato, operazione che mi veniva affidata con un sacco di raccomandazioni, soprattutto per la tostatura, il cui profumo usciva da tutte le case e invadeva l’intero quartiere. Nella santa occasione tutte le vecchie signore si erano scambiate una visita, un pacco di zucchero e uno di caffè. Io intanto aspettavo la Befana che arrivò con poche cose e presto, invece venne la guerra che portò via la gioventù del Paese e le poche risorse che erano rimaste dopo l’avventura d’Etiopia.
Quella gioventù morì da eroe, in Africa, in Russia, in Grecia e nei lager. Chi l’aveva mandata a morire fece le valigie.